Dire che siano diventati responsabili è eccessivo, sostenere che si siano resi conto che le agenzie di rating e i mercati non scherzano suonerebbe denigratorio, ipotizzare una vittoria dell’asse che va da Francoforte a via Venti Settembre a tutela l’Italia, suonerebbe troppo dietrologico. Fatto sta che i gialloverdi a poche settimane dal Def, a un mese dalla legge di Bilancio, mentre il quantitative easing sta finendo, i tassi si alzano e i dazi frenano il commercio mondiale, sembrano rendersi conto — almeno in apparenza — che con le leggi dell’economia non si scherza: spesso sono dure come l’impenetrabilità dei corpi.

Così dopo aver promesso alle elezioni del 4 marzo un programma da oltre cento miliardi stanno abbassando il tiro: restano i proclami roboanti ma nella sostanza hanno innescato la retromarcia. Continuano a giocare con il 3 per cento, sperando che nessuno si accorga che il problema non è quello, lanciano “me ne frego” come ha fatto ieri Di Maio riferendosi alle agenzie di rating. Ma il fronte è in movimento e al radicalismo si sostituisce un atteggiamento “bifronte”: lo ha dimostrato Salvini ieri che, nel vertice degli economisti leghisti, ha ribadito la linea in doppiopetto del “rispetto delle regole”, della “serietà” e ha spalmato prudentemente l’arco di attuazione del programma su l’intera legislatura.
Di conseguenza il contratto di governo si sbiadisce. Il cavallo di battaglia dei grillini, il reddito di cittadinanza, doveva raggiungere come rilevato dall’Istat 2,8 milioni di famiglie sotto la soglia di povertà relativa, garantire i 780 euro e costare 17 miliardi. Nei giorni scorsi Di Maio, in una intervista, ha parlato semplicemente di 5 milioni di persone, cioè di individui, e non più famiglie: prospettiva compatibile con una semplice “revisione” dell’attuale reddito di inclusione che mira ad aiutare solo le famiglie in povertà assoluta che sono solo 1 milione e 780 mila, corrispondenti appunto a 5 milioni di individui. L’operazione è di portata ben più bassa e potrebbe costare solo 3 miliardi.
Bianchetto anche sulla flat tax, proposta “numero uno” dei leghisti. Doveva partire subito, ora sta nel cronoprogramma, cioè nel cammino a tappe caldeggiato da Tria: non più i 50 miliardi del contratto per la doppia aliquota Irpef da 15 e 20 per cento sopra e sotto gli 80 mila euro. Resterebbe solo un grumo di flat tax: l’ampliamento del sistema forfettario per professionisti e partite Iva dalla attuale soglia di circa 25 mila euro di ricavi a 100 mila euro. La filosofia della retromarcia responsabile l’ha enunciata Salvini martedì: «Non posso pretendere che l’anno prossimo tutti paghino il 15 per cento, ma nella manovra ci sarà un primo passo, tanti artigiani e tanti professionisti pagheranno meno tasse». Tutto per 3 miliardi.
La terza retromarcia, di fronte all’elettorato gialloverde, sta avvenendo sulle pensioni: lo smontaggio della Fornero completo sarebbe costato 14 miliardi, da settimane si parla invece di quota 100, con il limite di una età anagrafica di 64 anni e almeno 35 anni di contributi, con un costo che scende a 3-4 miliardi. L’ambiguo senso dei gialloverdi per la spesa pubblica, emerge anche dall’introduzione sempre più frequente nei lori interventi della parola “coperture”. Meglio tardi che mai, anche perché messe da parte quelle poco fattibili, come i 16 miliardi dagli incentivi fiscali che provocano danni all’ambiente (dai Tir agli armatori), ora i gialloverdi puntano a reperire risorse nelle pieghe del bilancio, come insegna la Ragioneria dello Stato: si parla di tagli lineari selettivi dell’1-2 per cento per 3-5 miliardi, si punta ad un intervento una tantum sulle pensioni più alte, sopra i 5 mila euro, per recuperare mezzo miliardo, si lavora alla rottamazione (dai 2 ai 6 miliardi).
Una manovra così fatta sarebbe di retroguardia: un residuo delle promesse elettorali peraltro con costi, Iva compresa, fino a 24 miliardi e compatibili, senza sconti, con un deficit che correrebbe verso il 3 per cento.
Senza contare le sorprese del passaggio parlamentare.