Le facce toste che cercano il PD

Non hanno vinto ma chiedono i voti del Nazareno

A 48 ore dalla chiusura delle urne si scopre che nessuno ha veramente vinto, e un po’ tutti – a cominciare dagli ambienti tecnocratico-giornalistici – chiedono al Pd di “dare i voti” a non si sa bene quale governo. C’è gente che in questi se n’è bellamente fregato delle compatibilità finanziarie pronta oggi ad alzare il ditino verso il Nazareno invitandolo al “senso di responsabilità” a “fare come Schulz in Germania”: potevano votare per il partito di Padoan, verrebbe da dire.

Ora, se c’è stato un risultato chiaro, è questo di domenica. Il popolo ha parlato: il Pd ha perso, gli altri hanno vinto. E’ la democrazia – non i presunti capricci di Renzi – ad imporre ai vincitori di trovare una soluzione. La fase è questa. Bisogna essere seri: ma ci immaginiamo se il Pd in queste ore avesse detto: alt, facciamo un governo tutti insieme? Ma cosa avrebbero detto gli elettori? Cosa avrebbe scritto l’austero Corriere della Sera? E i talk di La7? Non avrebbero tutti urlato all’inciucio, non avrebbero fatto colare quintali di fango verso i dirigenti del Pd assetati di potere in barba al responso degli elettori? Ma come si può pretendere dal Pd un avallo a chi ha fatto la campagna elettorale dicendo (con contorno di quotidiani insulti): questi sono i ministri, questi i programmi, prendere o lasciare?

Il vincitore di queste elezioni parla di Terza Repubblica ma sembra comportarsi come nella Prima. Luigi Di Maio è vittima di se stesso: si abbottona il doppiopetto e assume la postura del politico di professione  in contrasto con quel settarismo che confina con l’autoreferenzialità – i grillini sono buoni, tutti gli altri cattivi – che è il motivo del loro successo. Un “leninismo” molto social e arruffapopoli, capace di intercettare il cattivo umore di larghi pezzi di società (e qui c’è del grande lavoro da fare per la sinistra riformista, un lavoro che evidentemente è stato insufficiente) in nome di promesse da quattro soldi infarcite da una retorica nuovista e “pura”. Ora i grillini si ritrovano fra le mani un problemino piccolo piccolo: come conciliare tutto ciò che hanno detto con la necessità di fare politica. Ma non si improvvisa tutto questo in 24 ore.

Il centrodestra salvinizzato non ha neanch’esso i numeri e nemmeno la necessaria attitudine al dialogo. Appare un blocco ancora più statico del M5s. La crisi del berlusconismo reca con sé un’ulteriore involuzione della destra sul piano della credibilità e della affidabilità. La flat tax è un ricordo sfocato. La destra non ha più parole, solo il ghigno con cui il capo leghista ha già liquidato ogni ipotesi di governo che non sia di centrodestra (che come detto non ha i numeri).

Per cui la strada è davvero stretta. Per quanto possa sembrare paradossale, tutti guardano al Nazareno. Si pretende dal Pd la soluzione di un rebus creato dagli altri. Nel dibattito che si apre nel Pd – un dibattito non semplice, com’è naturale in un partito uscito sconfitto alle elezioni – il punto di riferimento dovranno esserci gli italiani, non le furbizie e le convenienze, fino al coinvolgimento, ancora una volta, di migliaia di cittadini alle primarie. Prima l’Italia, dunque. Ma con coerenza.

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