Due strade davanti all’Italia

Abbiamo fatto quanto era necessario, con il massimo dell’impegno e il massimo dei risultati, e per questo chiediamo agli italiani di fare la scelta più utile a proseguire sulla strada della crescita e dei diritti

Non è una scelta complicata, quella che dovranno fare gli italiani con il voto di domenica. Da una parte c’è la strada che ha portato il Paese fuori dalla peggiore crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra, con il contributo decisivo del Partito democratico. Una strada che può essere proseguita, migliorata e approfondita nel segno della speranza per il futuro e di quello che Giuliano Da Empoli ha definito su queste pagine il senso di “un’appartenenza ad una comunità che implica diritti e doveri”.

È il doppio binario con il quale il Pd ha affrontato una difficile ma appassionante campagna elettorale, rivendicando quanto realizzato per l’Italia (come deve fare qualunque forza politica seria e responsabile, che non rinnega la propria azione per inseguire i fantasmi di un facile consenso) e offrendo agli elettori una visione del futuro in continuità con questi anni di svolta e ripresa. L’altra strada, in buona sostanza, consiste nella cancellazione di questo percorso e nel ritorno al metodo che nel 2011 condusse l’Italia sull’orlo del baratro civile ed economico.

L’opzione “cancellazione” è declinata in modo più rumoroso dagli estremismi congiunti di Lega/Cinque Stelle e in modo più pacato da un Berlusconi che con una mano indica la premiership di Tajani ma con l’altra ha già consegnato le chiavi della destra italiana alla coppia Salvini-Meloni. Ma si tratta comunque della medesima opzione, in versione grillina o fascio-leghista: tornare alle condizioni politiche che condussero l’Italia al disastro del 2011, con l’aggravante di forze populiste ed estremiste molto più consistenti di qualche anno fa e assai più determinate a condizionare l’agenda di una loro eventuale maggioranza di governo.

Non dovrebbe essere una scelta complicata, quella tra la prosecuzione di un cammino di crescita e diritti e il ritorno al disastro del 2011. Eppure il rischio che si riapra un “caso Italia” in Europa e nel mondo, con conseguenze pesanti per la qualità della vita e per il futuro degli italiani, è davanti ai nostri occhi. A questo rischio hanno concorso tanti fattori, in casa nostra e intorno a noi. La sconfitta referendaria (battuta d’arresto strategica del progetto riformista italiano) insieme all’efficacia di quella “industria della paura” che negli anni ha seminato il nostro paese di trappole immaginarie in grado di condizionarne l’autorappresentazione, il peso e la faticosa responsabilità di governo insieme all’autolesionismo di quella porzione del ceto politico della sinistra italiana che  scommette sulla sconfitta di tutti per conservarsi una piccola funzione, la lentezza con cui la ripresa economica arriva a farsi percepire là dove la crisi ha colpito più duramente insieme al vecchio riflesso di mondi economici ed editoriali che preferiscono che la politica resti debole e litigiosa.

Tutto vero. Eppure il Partito democratico in questi ultimi anni ha compiuto un’autentica rivoluzione culturale al proprio interno, mentre svolgeva nel paese un’operazione di governo di enorme portata nel campo dell’economia, dei diritti, della protezione sociale. Da qui viene la serenità con cui ci siamo rivolti all’Italia in queste settimane: consapevoli di aver lavorato per il bene comune e di aver contribuito a rendere la nostra nazione più forte e più giusta, determinati a proseguire questo cammino con il consenso di un elettorato a cui rivolgiamo proposte coraggiose e ragionevoli. Abbiamo fatto quanto era necessario, con il massimo dell’impegno e il massimo dei risultati, e per questo chiediamo agli italiani di fare la scelta più utile a proseguire sulla strada della crescita e dei diritti.

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