Il problema delle fake news (letteralmente “notizie false”, dette anche “bufale”), esploso nel dibattito pubblico negli ultimi mesi, è noto ai più tradizionalisti come una questione vecchia di secoli: distinguere il Vero dal Falso, la scienza dall’opinione, ciò che è reale da ciò che appare tale, tutte questioni discusse fin dai tempi dei filosofi presocratici.
In realtà quando oggi si parla di fake news ci si riferisce anche a problemi diversi, che propriamente meriterebbero una riflessione a parte, quali il clickbaiting (“esche da click”), che riguarda quei post o quelle inserzioni pubblicitarie on line che attraggono visualizzazioni (e quindi proventi economici) con titoli sensazionalistici e solitamente falsi (o quanto meno molto fuorvianti), o l’hate speech, cioè tutte quelle affermazioni (non solo on line ovviamente) che si basano su patenti discriminazioni verso gruppi o individui e che usando informazioni false incitano all’odio (i famosi “immigrati che fanno la bella vita in albergo a spese degli Italiani” o cose del genere).

Soluzioni per contrastare le fake news

Come combattere le fake news?

Una soluzione anti-bufale è naturalmente quella che con un termine cool e di moda i giornalisti chiamano fact checking (letteralmente “controllo dei fatti”, questa innovativa pratica che consente di verificare una fonte o delle notizie prima di diffonderle), che ha fatto la fortuna di ottimi siti come Factcheck.org negli USA o Pagella Politica in Italia (a proposito qui trovate un’interessante intervista sull’argomento). I più tradizionalisti si riferiscono a questa rivoluzionaria pratica con il nome di giornalismo.
Un’altra soluzione su cui si sta ragionando anche a livello legislativo (l’ultima proposta è quella del governo tedesco di pochi giorni fa: qui i dettagli) è quella di costringere le piattaforme di pubblicazione di contenuti (come Facebook o addirittura Whatsapp) a svolgere un lavoro di censura e di controllo dei contenuti stessi, rendendole direttamente e anche penalmente responsabili dei messaggi da esse veicolati.

Difficile attuabilità delle norme

Tuttavia, alcuni appaiono un po’ preoccupati dalla reale attuabilità di tali norme, oltre che dal possibile conflitto con il principio della libertà di espressione a cui i più tradizionalisti (sempre loro) si sono nel tempo affezionati.
Se da una parte, infatti, le piattaforme possono e devono svolgere un grande lavoro contro clickbaiting (andando a colpire soprattutto dove fa più male, cioè sui proventi pubblicitari) e hate speech – qui un articolo sulle strategie intraprese da Google, Facebook, Snapchat e gli altri su questo fronte– oltre un certo punto queste soluzioni vacillano.
Non resterebbe quindi che lavorare sulla media literacy della popolazione, una “alfabetizzazione” di base nell’uso dei mezzi di comunicazione, che dovrebbe trovare certamente maggiore spazio anche nei curriculum scolastici.
Per fortuna è oggi disponibile una tecnologia rivoluzionaria che risolverà finalmente il problema delle fake news alla base e una volta per tutte: I-Think, un dispositivo basato su reti neurali e connessioni sinaptiche iper-veloci, ecologico ed economicamente sostenibile, in grado di farci distinguere caso per caso notizie vere e fake news. Una tecnologia a quanto pare già disponibile per tutti gli utenti interessati, anche per i più tradizionalisti.

INCAMMINO.it