Mi scrive un lettore (Giuseppe Barbesino gbarbesino@gmail.com): «Apra il sito http://www.ilcorriereditalia.it. Si tratta di un esempio della forza di Internet come veicolo di informazioni false, ma realistiche: quindi, pericolose. Centinaia di simili patacche hanno influenzato il voto americano e influenzeranno le prossime elezioni in Europa. Come difendiamo la democrazia da questo malanno, preservando la libertà di espressione?».

Domanda complicata, proviamo a rispondere. Per cominciare, ho aperto il sito in questione. Sotto la testata, Il Corriere d’Italia, la scritta: «Quello che gli Altri Giornali non Ti Dicono». Prima notizia (falsa): «Anche Trump dona 20 Milioni di Euro per il Centro-Italia! “Questa è la differenza tra Me ed i Politici Italiani ed Obama”». Condiviso 86 mila volte. Di spalla, altra notizia (falsa): «Merkel: “Gli Italiani non meritano l’aiuto della Germania, prima dovrebbero pagare il Debito Pubblico alla Mia Europa!”». Appena sotto, terza notizia (falsa): «Putin: Stanzierò 75 milioni di Euro per il Centro Italia. Stato Italiano Vergognoso». Il Presidente della Federazione Russa è fotografato di fianco al Presidente Mattarella, davanti alle bandiere dei due Paesi.

Domina la pubblicità dell’American Express e della Vodafone, che quasi certamente non sanno di essere finite lì; ma, con la loro presenza, finiscono per accreditare il sito. Sotto — in fondo in fondo, carattere minuscolo, dopo tutti i commenti — queste parole: «Il Corriere d’Italia non è a tutti gli effetti una testata giornalistica, e come magazine satirico alcuni articoli contenuti in esso potrebbero non corrispondere alla veridicità dei fatti. ATTENZIONE questo magazine SATIRICO non è in alcun modo riconducibile al “Corriere della Sera”».

Interessante, no? Scrivendo «satirico», il fantomatico Corriere d’Italia prova a proteggersi dall’accusa di diffondere sistematicamente notizie false. Qualsiasi magistrato scoppierebbe a ridere, davanti a una mossa del genere. Ma possono i magistrati (o gli avvocati del Corriere della Sera) rincorrere dozzine di prodotti come questo? L’Ordine dei Giornalisti può segnalare tutti i siti di pseudogiornalismo? Be’, forse dovrebbe. «Bufale un tanto chilo» l’ha fatto: ha elencato centinaia di website e blog di questo genere, mostrando come operano. Ma non basta.

Le strade per uscire da questa situazione, che in un anno elettorale sta diventando pericolosa, sono tre. La prima: educare il pubblico. Dovunque: nei social, in rete, su tutti i media. In particolare in radio e in televisione, i mezzi più utili a raggiungere persone che possono lasciarsi ingannare da queste operazioni fraudolente.La seconda: cercare di capire se ci sono Stati esteri — la Russia, in particolare — o partiti politici italiani dietro ad alcune di queste attività. Buzzfeed ha condotto un’inchiesta (realizzata da Craig Silverman e Alberto Nardelli, ex data editor del Guardian) e ha puntato il dito contro il Movimento 5 Stelle, citando siti come TzeTze, La Cosa, e La Fucina, controllati dalla Casaleggio Associati, società ora diretta da Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto. Fa piacere la moderazione mostrata da Alessandro Di Battista a «DiMartedì» (La7). Ma l’onorevole Dibba deve assicurarci che il M5S non si lascia tentare da questi metodi, e non è alcun modo associato a queste iniziative.

La terza strada, decisiva. Alcuni di questi siti hanno un evidente scopo politico. Altri, no. Ma tutti si reggono su un meccanismo commerciale: fanno soldi con i clic, che garantiscono pubblicità. Aprendo http://www.ilcorriereditalia.it, come dicevo, compaiono pubblicità di marchi seri: American Express (carte di credito), Vodafone (telecomunicazioni), Under Armour (abbigliamento). Certamente stanno lì a causa di qualche algoritmo di allocazione della pubblicità. Ma intervenire si può; e si deve. Se American Express e Vodafone protestassero con chi distribuisce la loro pubblicità online — ho la sensazione che oggi lo faranno — sarebbe un passo avanti. Senza i soldi della pubblicità, infatti, quattro quinti dei falsificatori chiuderebbero bottega.

Credetemi, non sono sciocchezze: ne va della nostra democrazia. Che è imperfetta, indecisa, spesso irritante. Ma teniamocela stretta, finché c’è.

Articolo di Beppe Severgnini con la collaborazione di Stefania Chiale.

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